Add a Title
Add a Title

Describe your image

Add a Title
Add a Title

Describe your image

Add a Title
Add a Title

Describe your image

Add a Title
Add a Title

Describe your image

1/12

Ruza u Sarajevu

2013-2018

To play, press and hold the enter key. To stop, release the enter key.

Sarajevo 2013/2016

 

La guerra serbo-bosniaca per la pulizia etnica usò come arma lo stupro di migliaia di donne.

Sono oltre 20.000 sopravvissute alla violenza sessuale a vedersi negare la giustizia a un quarto di secolo di distanza.

A denunciarlo sono i ricercatori di Amnesty International che hanno lavorato alla ricerca “Abbiamo bisogno di sostegno, non di pietà. L’ultima speranza di giustizia per le sopravvissute agli stupri di guerra” che dimostra le devastanti conseguenze fisiche e psicologiche di quei crimini e gli ingiustificabili ostacoli che le donne devono affrontare per ottenere il sostegno necessario e i risarcimenti legali cui hanno diritto.

“Oltre due decenni dopo la guerra, decine di migliaia di donne in Bosnia stanno ancora rimettendo insieme i pezzi delle loro vite distrutte potendo contare ben poco sul sostegno medico, psicologico ed economico di cui hanno disperatamente bisogno“, ha dichiarato in una nota ufficiale Gauri van Gulik, vicedirettrice di Amnesty International per l’Europa.

Amela nel 1992, all'età di 18 anni, è stata rapita dalla sua casa da alcuni soldati serbi. Il padre e il fratello sono stati uccisi e lei chiusa in una scuola, violentata e picchiata per due mesi. Dopo la

liberazione ha subito una ulteriore umiliazione: l'emarginazione per quello che le era accaduto.

Era sopravvissuta, ma ferita a morte nell'anima. Amela, donna di grande coraggio, è stata la prima a denunciare i suoi aguzzini e affrontare il processo dopo la fine della guerra, però le conseguenze sono state pesanti soffre di disturbi dell'umore, e ad oggi non è in grado di stabilire legami affettivi con un uomo, vive a Sarajevo con la madre ed i suoi fratelli di cui lei comunque si è presa cura in questi anni.

Secondo la Campagna delle Nazioni Unite contro la violenza sessuale in situazioni di conflitto, la stragrande maggioranza delle vittime delle guerre odierne si riscontrano tra i civili, per lo più donne e bambini. Particolarmente le donne possono essere esposte a gravi forme di violenza sessuale, che talora sono messe in atto in modo sistematico allo scopo di ottenere obiettivi militari o politici.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, tutte le parti del conflitto furono accusate di aver commesso stupri di massa, tuttavia nessuno dei due tribunali istituiti a Tokyo e a Norimberga dai paesi alleati risultati vittoriosi per perseguire i presunti crimini di guerra, hanno riconosciuto il reato di violenza sessuale.
É stato solo nel 1992, a fronte dei diffusi stupri di donne nella ex Yugoslavia, che il tema è giunto all’attenzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il 18 dicembre 1992, il Consiglio ha dichiarato la “prigionia di massa, organizzata e sistematica e lo stupro di donne, in particolare di donne musulmane, in Bosnia e in Erzegovina” un crimine internazionale che deve essere affrontato.
In seguito, lo Statuto del Tribunale Penale Internazionale per la ex Yugoslavia (ICTY, 1993) ha incluso lo stupro come crimine contro l’umanità, accanto ad altri crimini come la tortura e lo sterminio, qualora siano commessi durante un conflitto armato e siano diretti contro una popolazione di civili. Nel 2001, il Tribunale Penale Internazionale per la ex Yugoslavia è stato il primo tribunale internazionale a dichiarare la persona accusata colpevole di stupro come reato contro l’umanità.